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Paolo Conti Nonsoloferro, Museo Magi, Cento

MAGI MUSEO D’ARTE DELLE GENERAZIONI ITALIANE
Via Rusticana, 1 – 40066 Pieve di Cento

31 ottobre/ 30 novembre 2009
PAOLO CONTI. NONSOLOFERRO
A CURA DI VITTORIA COEN

Paolo Conte in Mostra.Ultimi giorni per poter visitare la mostra antologica NONSOLOFERRO dedicata a PAOLO CONTI, curata da Vittoria Coen – presso il Museo Magi in Via Rusticana A/1 a Pieve di Cento (BO).
L’esposizione, che chiuderà lunedì 30 novembre, raccoglie le opere che l’artista bolognese ha realizzato dagli esordi, nel 1968, ad oggi.

Il catalogo della mostra è a cura di Vittora Coen, contributo testi di Giovanni Granzotto e Leonardo Conti, edito da Vanilla Edizioni.

Nelle cinque ampie sale espositive si potrà ripercorrere il cammino artistico di Paolo Conti attraverso i diversi cicli che hanno segnato la sua produzione.

Degli oltre quarant’anni di ricerca di Paolo Conti, il MAGI espone un’antologica di circa cinquanta opere scelte, che mostrano l’ampiezza della sua avventura artistica.
Le inconfondibili forme di Conti, con le quali l’artista non ha cessato di lavorare in modo combinatorio, sono divenute il grimaldello per agire sul mondo contemporaneo. Già l’opera “Il nuovo nato” del 1969, realizzata con stracci, giornali e olio su tela, avvia, nella sua drammaticità evocativa, l’impegno che l’artista sente nei confronti della contemporaneità.
Nel 1971, con la prima serie dei Prigionieri, Conti lega ritagli ferrosi in grezze scatole di legno, anticipando, come ha sottolineato Gabriella Belli, una sensibilità poverista, foriera di sviluppi in Italia e in Europa.
Ma già nel 1972 con la grande personale a Palazzo dei Diamanti di Ferrara, curata da Franco Farina e Marcello Azzolini, espone i Galvanizzati, lamiere trattate con bagni galvanici, in cui le opere indagano spietatamente l’alienazione conformista della contemporaneità.
Le forme di Conti, che sono per l’artista lo strumento di conoscenza artistica, il potere dell’arte, assumono sempre di più un carattere di attraversamento di domini diversi, dalla spazialità di luce/ombra, alla superficie, alla plasticità scultorea sia su parete che d’ambiente.
Recentemente Renato Barilli, Vittoria Coen, Giovanni Granzotto e Claudio Rizzi, in occasione delle mostre antologiche alla GAM di Cesena e a Palazzo Gradari di Pesaro, e agli Antichi Magazzini del Sale di Cervia, hanno mostrato l’ampiezza e il carattere internazionale dell’arte di Conti.
Al MAGI, oltre ai cicli citati, sono esposte le tipiche “colonne”, dal 1972 sino alle recenti, alcuni wallsculptures (i noti frammenti e cerchi), che s’impadroniscono della parete “poveri come ragni”, le recenti Erosioni, in cui le forme abbattono la superficie in violenti e pittorici bassorilievi, una serie di carte appartenenti ad ogni ciclo creativo e alcune ele di grandi dimensioni, nelle quali la tecnica a spruzzo evoca le esperienze combinatorie sulla luce, recentemente esposte a New York.

Hanno scritto, tra gli altri, di Paolo Conti

“I dati biografici dicono che Conti nasce a Bologna nel 1938; che ha cominciato a dipingere nel 1969 con l’occhio a Pollock e ad Alberto Burri e che il suo esordio ufficiale avviene nel 1971 al Palazzo dei Diamanti di Ferrara, con una serie di opere “metalliche”; il che aiuterà a comprendere la sua natura di ricercatore di materiali.
Nel suo lavoro appare sempre dominante la preoccupazione di non lasciare spazio ai sentimenti a favore di una descrizione fredda, geometrica, razionale che impegni il cervello più del cuore, che celebri la bellezza di ascisse e coordinate al posto del confuso ansimare delle emozioni.”
(Carlo Castellaneta, Parol, 2002)

”Migliaia di ingegneri lavorano gratis per me senza saperlo” afferma Conti … L’artista li raccoglie e ne subisce il fascino.
Certo anche Gonzales, Duchamp, Schwitters hanno lavorato con gli scarti, con i rottami, prendendoli così com’erano e trasferendoli nell’ambito dell’arte … verranno poi , Arman, César e altri che modificheranno sempre l’oggetto in molti modi, ma tutti accumunati da un dato importante: la riconoscibilità dell’oggetto nelle pupille del fruitore, una sorta di figurazione costante. Conti invece, elegge la sua dimora nell’astratto”.
(Giampaolo Paci, Parol, 2002)

“Fin dagli inizi della sua attività, dopo aver scoperto gli sfridi ferrosi come il territorio privilegiato, se non unico, della propria ricerca, – allo stesso tempo oggetto, strumento e materiale di un fare artistico che si dichiarava profondamente debitore delle nuove realtà tecnologiche e scientifiche, senza , per questo, accettarne la fagocitazione o il sopravvento , Paolo Conti veniva a confermare quella sorta di rigorosa contraddizione speculativa che lo accompagnerà per tutto il suo lavoro.
La sua intenzione era, infatti, quella di costruire un oggetto estetico (che possedesse dunque i requisiti tipici di un
prodotto artistico), affidandosi ai materiali, ai parametri, alle leggi e quindi alle logiche necessitate della tecnologia e della scienza”[…]

Già nel 1972/73 egli veniva a proporre delle opere, intitolate “Prigionieri”, in cui il rottame veniva presentato in una immediatezza estrema (che, quindi ci allontanava definitivamente da qualsiasi operazione rappresentativa o mediata dell’oggetto, o perfino funzionale ad altre, più complesse e articolate rappresentazioni d’ambiente), che andava a differenziarsi nettamente anche da quella visione simbolica del quotidiano, un po’fredda e molto oggettuale, tipica del “Nouveau Realism” […]. Con formidabile intuizione veniva ad immaginare una sorta di cosmogonia del ferro, dei ritagli, che già avevano in sé stessi le potenzialità per collegarsi fra loro, per ricostruirsi e per costruire, per ascendere verso firmamenti non solo immaginabili, ma anche decodificabili e sperimentabili, inseriti in universi di nuove forme, e al tempo stesso di nuove formule. Il rottame rappresentava, anzi si identificava compiutamente nella cellula primaria e nell’elemento propulsivo di innumerevoli e interminabili (potenzialmente) architetture “in progress”. Ma, ecco che Conti, come già accennato, nei “Prigionieri” ci proponeva anche dei rottami isolati, indipendenti, estranei a collegamenti con i propri simili, e privi di quella energia espansiva che sollecitava e sosteneva lo svilupparsi di una struttura architettonica. Il “Prigioniero” era un rottame presentato nella sua solitudine, volutamente inserito in una povera cornice di legni usurati, a conferma della miopia e della povertà di spirito dell’uomo: qualcosa che, però, gi da sola bastava a giustificare un’attenzione, un ricupero, una scelta, infine un innamoramento. […]

I “Prigionieri” sono andati ben oltre il rottame, oltre lo strumento del nuovo sapere, diventando la testimonianza concreta, estremamente vitale, di una felice e matura sapienza estetica.
(Giovanni Granzotto “Paolo Conti e i suoi prigionieri”)

Quasi un critica d’arte.
L’erosione di ogni inutile apparenza è all’origine dell’ultimo ciclo creativo di Paolo Conti? Credo possa essere un’interpretazione pertinente.
Erosioni del resto è anche il nome collettivo di queste opere.
Continuano lentamente ad uscire dallo studio, insieme ai Frammenti, ai Prigionieri nello spazio e ai Cerchi, opere sulle quali è assorto negli ultimi anni.
Sono convinto che questi tre cicli siano strettamente correlati.
Erosioni e Prigionieri nello spazio sono cicli attuali, i Frammenti e i Cerchi sono cicli relativamente recenti (le prime opere risalgono alla metà degli anni Ottanta), ma mi sembra rappresentino un punto di osservazione decisivo sulla progressione “autogenerativa” dell’arte/vita di Conti. […]

Cercando di seguire sin dal principio l’evolversi della vicenda artistica di Conti è facile constatare come, nonostante gli sforzi, sia difficile inquadrarla criticamente. Le diverse interpretazioni, per altro spesso illuminanti, restano un po’ esteriori rispetto a ciò che vorrei forse troppo schematicamente ora evidenziare. Di fronte alle opere di Conti è facile trovarsi immersi in discorsi artificiosi, così come in semplificazioni e affiliazioni storiche troppo banali. Credo che questo sia dovuto proprio alle caratteristiche che ho definito “autogenerative” di questa ricerca. Le opere di Conti, in una prima fase di circa sette/otto anni (sino al 1975) sono innervate da una forte intenzione simbolica, poi sembreranno disconnettersi progressivamente da ogni legame diretto con la realtà.
(Leonardo Conti)

Sono forme che hanno tutte una loro bellezza, ingegnosa, armoniosa, mai improvvisata e sempre, a suo modo, perfettamente “logica”, nata cioè, dal pensiero, e conseguente nelle sue parti. […]

Negli anni Ottanta e Novanta Conti ha offerto molti esempi di questa sua dimestichezza con i campi contigui della regola e dell’indeterminazione, con le sue colonne, i cerchi, i quadrati. Qualcuno di essi sembra addirittura in procinto di essere parte di una catastrofe. Del resto l’artista è passato attraverso Bach e Mozart, ma anche attraverso Schonberg e Webern. […]
E ancora: si direbbe che qualche volta la struttura così accuratamente ideata e realizzata, così ricca di intrighi interni fra curve e rette, fra rigidità e movimento, aspetti per respirare quei vuoti che l’artista generosamente le offre. In quei vuoti si collocano cerchi e semicerchi, singoli e in serie, ma anche maschere e nebulose, corpi astrali studiati con passione fino, forse, a qualche vago spunto esoterico, arricchiti da cromatismi, dalle iridescenze che la verniciatura a fuoco moltiplica regalando a Conti stesso una sorpresa. […]
Così i frammenti che Paolo Conti usa nei suoi lavori forniscono più che uno spunto per una riflessione. Essi sono nati per consentire alle varie forme di essere impiegate con una finalità precisa. Essi sono seriali, come lo sono le forme, ma, al contrario di esse, non nascono che per questa funzione, quindi potremmo dire che da un certo punto di vista non nascono. Invece esistono e nella loro compiuta bellezza e parziale funzione possono essere composti, assemblati, riorganizzati; sembrano dettare le loro condizioni all’artista, che li rispetta, metaforicamente li “ascolta” e li accende di cromatismi nuovi. Ma il suggerimento iniziale non rappresenta il risultato finale, che è costituito dalla fantasia e dalla capacità dell’artista, e che diviene a sua volta fortemente condizionante.
(Vittoria Coen )

Per informazioni:
MUSEO MAGI Via Rusticana A/1 – 40066 Pieve di cento BO
www.magi900.com info@magi900.com
tel. +39.051.6861545 – fax +39.051. 6860364
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